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Piero Elter (di Michele Marroni, Giancarlo Molli, Luca Pandolfi e Piero Pertusati)

Piero Elter si è spento il 4 maggio, a Pisa, all'età di 85 anni.
E' stato uno dei più importanti geologi italiani della seconda metà del Novecento. I risultati delle sue ricerche in Appennino Settentrionale hanno portato ad una nuova definizione della struttura e dell'evoluzione di questa catena orogenica, che, così come descritta nei suoi lineamenti fondamentali da Piero Elter negli anni 60', rimane un irrinunciabile modello di riferimento, ancora valido dopo oltre mezzo secolo di ricerche.
Nato a Cogne, Valle d'Aosta, nel 1927, Elter era profondamente legato alle sue montagne e alla sua terra, che ne aveva plasmato il carattere, insieme alle esperienze della giovinezza, in primo luogo la partecipazione alla lotta partigiana nella brigata "A.Verraz" di Cogne e la perdita del fratello Giorgio, ucciso in uno scontro a fuoco con le "brigate nere" nel settembre del 1944.
Aveva conseguito la laurea nel 1954 presso l'Università di Ginevra, sotto la guida del Prof. Parejas. Successivamente rientrato in Italia, era stato chiamato da Livio Trevisan come assistente alla Cattedra di Geologia dell'Università di Pisa. Aveva iniziato le sue ricerche occupandosi dei nuclei carbonatici mesozoici in Toscana Meridionale per poi dedicarsi alla studio delle strutture tettoniche dell'Appennino Ligure-Emiliano.
Da queste ricerche sono scaturiti i suoi lavori più importanti e significativi. Nel trienno 1957-1959 scrive, assieme al geologo tedesco K.Schwab, due lavori fondamentali, nei quali la struttura geologica dell'Appennino Settentrionale, fino ad allora interpretata come costituita da successioni autoctone o con limitata alloctonia, viene descritta, per la prima volta, come formata da una successione di unità tettoniche sovrapposte. Questa interpretazione, condivisa da tutti i geologi della scuola pisana degli anni '60, trova conferma nei lavori che Piero Elter scrive assieme a Livio Trevisan. Sempre negli anni 60' inizia ad occuparsi delle ofioliti dell'Appennino Settentrionale, pubblicando assieme ad Tonino Decandia alcuni lavori, che, come la carta geologica delle ofioliti del Bracco, costituiranno i punti di riferimento delle ricerche sulla litosfera oceanica a livello internazionale. Dalla fine degli anni '60 fino alla seconda metà degli anni '70, è autore di importanti lavori di sintesi, come quello scritto con il fratello Giulio, Marc Weidmann e Carlo Sturani, o come quelli pubblicati con Mario Boccaletti o Piercarlo Pertusati, che propongono innovative ricostruzioni geodinamiche dell'area di raccordo tra la catena alpina e quella appenninica. Si tratta di pietre miliari della ricerca geologica italiana, che inquadrano l'evoluzione della catena alpina-appenninica nel contesto della teoria della tettonica a placche.
Grazie a questi lavori, Piero Elter consolida in quegli anni la sua fama internazionale, come testimoniano i rapporti con le scuole geologiche tedesca, francese, austriaca e svizzera.
Nel 1972 assume la direzione del Centro di Geologia Strutturale e Dinamica dell' Appennino del CNR, alla cui guida rimarrà per circa quindici anni. E' in quegli anni che, assieme a tanti colleghi, tra i quali l'amico Gaetano Giglia, promuove la nascita del Gruppo Italiano di geologia Strutturale.
Gli anni '80 vedono Elter ritornare al lavoro di terreno in Appennino Settentrionale grazie al progetto di rilevamento geologico della regione Emilia-Romagna prima e all'inizio del progetto CARG poi. E' l'occasione di circondarsi di un nucleo di giovani allievi a cui trasmettere non soltanto il suo bagaglio di conoscenze geologiche, ma anche la sua passione nei confronti della disciplina. Con questi allievi scrive i suoi ultimi lavori dedicati alla messa a punto delle caratteristiche essenziali delle unità Liguri, aprendo nuove prospettive per la comprensione dell'evoluzione geodinamica dell'Appennino Settentrionale. Il pensionamento, nel 2000, non ne interrompe l'attività di ricerca, come testimoniano le recenti pubblicazioni del 2011 e del 2012.
Piero Elter è stato non solo un eccellente ricercatore, ma anche un uomo eccezionale. Il suo carattere schivo nascondeva una profonda timidezza, che in lui si accompagnava a una grande umanità e generosità. Tutti coloro che hanno lavorato con lui ne ricordano la straordinaria capacità di condividere le proprie idee con poche parole, l'onestà intellettuale e la disponibilità ad ascoltare tutti con umiltà. Ai suoi allievi chiedeva molto, ma era capace di dare moltissimo. La sua caratteristica più significativa è stata forse quella di affrontare i problemi, e non solo in ambito geologico, con un approccio mai banale e sempre originale. Questo gli ha conferito un enorme carisma che gli ha permesso, e ancora gli permette, di essere un punto di riferimento per i geologi italiani ed europei.
Noi tutti gli siamo debitori.
Grazie Piero.

 

 

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